la storia dell'Acquario Romano

Pochissime immagini d’epoca ci mostrano oggi come doveva essere l’Acquario Romano in quel lontano 29 maggio del 1887, giorno della sua inaugurazione. Sono infatti bastati poco più di cento anni per cancellare nella singolare storia di questo edificio la memoria del suo aspetto originale, di preziosa costruzione con un piccolo e ridente giardino, destinato insieme ad acquario, a stabilimento di piscicultura e a luogo di ritrovo per le masse della borghesia emergente del nuovo quartiere dell’Esquilino.Le fotoincisioni che illustrano le cronache dell’inaugurazione su i giornali romani raffigurano lo spazio esterno del giardino in maniera sicuramente esagerata, ampliando scorci e prospettive, esaltando la piacevolezza del luogo, dotato di un laghetto con tanto di ramificazioni, ponticelli rustici, scogliere e perfino barchette per una improbabile pesca sportiva. L’intenzione è di ricreare nelle immagini quell’aria di luogo ameno, destinato al ritrovo ed alla ricreazione, che gli artefici dell’iniziativa dell’Acquario avevano perseguito con tanto impegno. L’immagine dell’interno con la sala ellittica stupisce per la grandiosità dello spazio: un aspetto insieme arioso e monumentale, segnato dallo sfarzo delle decorazioni e degli arredi. Risplendono in basso le vetrine con gli acquari, pochi rispetto alla maestosità del tutto, incorniciati come piccoli riquadri luminosi in una fastosa intelaiatura. L’immagine denuncia in realtà l’intricata mescolanza e compromissione degli scopi ed interessi sottesi alla creazione dell’Acquario Romano.

Esterno dell'Acquario Romano ("L'illustrazione Italiana", 5 giugno 1887)

L’idea di costruire un acquario a Roma si deve all’esperto di piscicultura Pietro Garganico, originario di Como, giunto a Roma all’inizio degli anni ‘80 Per realizzare un progetto cui si dedica con il massimo dell’impegno e della dedizione: la creazione nella capitale di uno stabilimento di piscicultura e di un acquario. Le sue richieste e presentazioni dei relativi progetti alle autorità comunali a partire dal 1880 si inseriscono in un preciso orientamento politico e di sviluppo, coerente agli indirizzi ideologici di Quintino Sella, ed alla sua idea di Roma fortemente caratterizzata come centro della scienza. Dall’unità d’Italia fino agli anni Ottanta si privilegia l’istituzione di strutture scientifiche per uniformare la città alle moderne capitali europee e segnare in modo inequivocabile, moderno e laico, il corso del nuovo stato. Nella proposta che Garganico porta avanti con piglio imprenditoriale si sottolinea con forza il prestigio a livello internazionale dell’iniziativa, particolarmente significativa in una città come Roma che rischia di essere soffocata nel suo ruolo di moderna capitale dalla stessa grandezza del suo passato e delle sue memorie storiche. Nelle domande che l’ittiologo indirizza al Comune la richiesta di realizzazione dello stabilimento di piscicultura precede quella dell’acquario: dalle sue affermazioni traspare un misto di intenzioni speculative, economico-produttive e didattiche, assieme alla volontà di aderire a modelli sociali ed urbani più evoluti, promuovendo attraverso l’educazione e la ricreazione l’innalzamento delle classi popolari.

Dopo una prima ipotesi di sistemazione dello stabilimento di piscicultura con Acquario in via Nazionale nel 1881, il Consiglio Comunale delibera l’anno seguente la concessione gratuita al Garganico di un’area dell’Esquilino, ossia nella parte orientale della città dove sono stati indirizzati subito dopo l’unità d’Italia gli sforzi per il nuovo sviluppo urbanistico della capitale. La zona prescelta è l’area centrale di piazza Manfredo Fanti, una piazza rettangolare che si definisce come una interruzione del tessuto a maglie degli isolati del nuovo quartiere: un “vuoto” nella scacchiera geometrica non diverso come concezione da quello che determina le altre piazze del quartiere, piazza Vittorio Emanuele per prima, e ancora piazza Dante e piazza Guglielmo Pepe. La configurazione della piazza con il giardino recintato trae ispirazione dalla tipologia dello “square” inglese; ma in questo caso il giardino, nobilitato dalla presenza dei resti archeologici delle mura serviane, non è tanto in funzione degli edifici circostanti, quanto soprattutto definito in relazione e per servizio alla nuova costruzione monumentale dello stabilimento di piscicultura ed acquario.

Il progetto, già con aspetti “polivalenti” nelle idee del Garganico si dovette probabilmente adattare e modificare alle esigenze del nuovo quartiere quali venivano rappresentate ed interpretate dalle società di costruzioni che operavano nella zona. E probabilmente nell’ambito dei capitali delle immobiliari interessate all’edificazione dell’Esquilino che Garganico trova i finanziamenti per la sua impresa. Non stupisce quindi che gli aspetti ricreativi dell’iniziativa siano potenziati ulteriormente nel progetto definitivo qualificando la nuova emergenza come punto di ritrovo. L’Acquario viene a ricoprire un ruolo di prestigio come polo di aggregazione della zona residenziale, diventando uno degli edifici ad uso pubblico più significativi dell’area, nel momento in cui vengono meno le aspettative sul moderno complesso dell’Esquilino e sulle sue potenzialità rappresentative della nuova città e della nazione. Basti pensare al progetto, poi tramontato, di collocare nella piazza Vittorio Emanuele un palazzo degli archivi e addirittura il monumento allo stesso re Vittorio Emanuele. Proprio nel corso del primo quinquennio degli anni ‘80 si delinea, nel progressivo abbandono delle iniziali premesse progettuali, quella che sarà la futura e consolidata immagine dell’Esquilino come quartiere a carattere popolare piuttosto che zona residenziale per l’élite degli strati borghesi. L’Acquario viene ad inserirsi in questa nuova fisionomia della zona, cui rimarrà indissolubilmente legato con la sua storia nel corso di più di cento anni.

Al talento ed al personale bagaglio di cultura ed esperienza professionale dell’architetto Ettore Bernich si deve la fisionomia ultima, la concretizzazione delle diverse e sovrapposte finalità dell’Acquario, quali si sono andiate fino ad ora delineando. Bernich sembra di fatto farsi interprete più delle esigenze della Società Esquilino che non degli intenti del Garganico nella sua singolare creazione in cui ispirazioni all’architettura classica si combinano) con tipologie più moderne, quali ad esempio quella della sala teatrale. Nulla è restato fino a noi dello stabilimento di piscicultura voluto dal Garganico, tuttavia non è difficile ricostruire che questo doveva avere un peso del tutto marginale rispetto alla concezione dell’edificio, e ripensando alle effettive dimensioni del laghetto nel giardino ed allo spazio destinato nel seminterrato ai vasconi con i pesci sembra lecito dubitare anche della sua effettiva funzionalità. La struttura didattica poi, ossia 1 acquario, doveva avere un ruolo minimale nell’impianto dell’edificio piuttosto di abbellimento ed arredo, con le ventidue vetrine della sala centrale. Un bellissimo edificio, dunque, per la vita di relazione, per le diverse occasioni di ritrovo e di incontro sia nel periodo invernale che all’aperto nella buona stagione.

La sala centrale ("L'illustrazione Italiana", 5 giugno 1887)

La concessione dell’area al Garganico prevedeva, oltre alla clausola di restituzione al Comune del terreno con i fabbricati sopra costruiti qualora l’attività non si fosse rivelata produttiva, anche il vincolo a realizzare in tempi assai ristretti la costruzione. L’edificio con il suo ricco apparato) decorativo risulta terminato alla fine del 1885. Ma l’inaugurazione più volte annunciata avvenne in realtà quasi un anno e mezzo più tardi, alla fine del maggio 1887. Questo intervallo di tempo così lungo fa capire la impasse organizzativa e di gestione dell’impresa in un momento di grave difficoltà per lo sviluppo dell’Esquilino, segnato dal crollo dell’edificio in costruzione su Piazza Vittorio nell’agosto del 1885 e dal progressivo delinearsi della crisi edilizia che sconvolge nel 1887. l’eco)no)mia della capitale. durante questo periodo il Garganico viene estromesso) dalla iniziativa e con una serie di atti giudiziari la gestione passa alla società anonima Acquario Romano appositamente costituita.Con queste premesse l’Acquario Romano era destinato a durare poco. Si apprende dai giornali che pochi mesi dopo l’apertura, nel carnevale del 1888, Bernich si da fare per organizzare feste e balli nell’edificio, ma l’abbandono dell’iniziativa con un primo degrado della struttura è già in agguato e ormai si teme che “Piazza Fanti diventi un pantano abitato da ranocchie”, come scrivono i giornali dell’epoca. Dopo una nuova ed intricata vicenda giudiziaria, che vede tra l’altro il fallimento della Società Anonima dell’Acquario, il Comune torna alla fine del 1891 proprietario) del terreno, acquisendo anche tutto ciò che è stato realizzato dal Garganico. La gestione della struttura rivela sin dall’inizio non poche difficoltà per il Comune, che deve far fronte anche a numerose opere di manutenzione per guasti ed inconvenienti connaturati alla stessa struttura architettonica, e all impianto) degli acquari e del laghetto. Dal 1893 al 1900 l’edificio risponde agli usi più svariati. Sono ancora funzionanti, almeno fino al 1894, le vasche con i pesci nella sala centrale, mentre questa e le gallerie, date in concessione temporanea, vengono adibite di volta in volta ad esposizioni vinicole ed alimentari, assemblee e riunioni delle associazioni più diverse, esposizioni artistiche, concorsi pubblici, palestra per le scuole del quartiere. Si tenta contemporaneamente di dare una destinazione duratura e più idonea all’edificio. Gli Uffici Comunali elaborano un progetto per la trasformazione in stabilimento di bagni pubblici (1895), ma si pensa anche di restituire l’Acquario alla sua primitiva destinazione. Le trattative avviate nello stesso 1895 con Decio Vinciguerra, già direttore dell’Acquario e poi della R. Stazione di Piscicultura, si concludono nel 1900 con una convenzione stipulata con il Ministero di Agricoltura, Indlustria e Commercio. Ma anche questo tentativo non dovette avere molto riscontro. Alla fine del primo decennio del nuovo secolo l’Acquario è ormai consacrato come sala di spettacolo. E un teatro di secondo piano rispetto ad altre sale più prestigiose; di carattere decisamente popolare sia per il tipo di pubblico che per gli spettacoli che vi si tenevano, ospita attori come Petrolini e Viviani, spettacoli di operetta e varietà di grande successo come le due riviste che ottennero grande riscontro di pubblico Pantaloneide e Ornnibns nel 1909. Fino all’inizio degli anni ‘20 continua ad essere usato come teatro, sala cinematografica e a volte circoequestre. In un certo senso la progressiva decadenza dell’immobile, a causa anche delle scarse opere di manutenzione intraprese da gestioni poco accorte e probabilmente anche con limitate risorse finanziarie, ha giovato alla conservazione dell’edificio. Nel 1930 infatti risulta essere adibito già da tempo a magazzino del Governatorato in cui tra l’altro vengono conservati gli scenari del Teatro dell’Opera. Alcune opere di modificazione come la costruzione dei tramezzi e la tamponatura degli affacci sulla sala aggravano solo in parte una generale situazione di abbandono, e compromettono meno la struttura originaria rispetto ad altri lavori, per fortuna mai realizzati, che vengono proposti nelle richieste di concessione dell’immobile come cinema-teatro. Nel corso degli anni ‘30 infatti si susseguono domande di privati che vorrebbero gestire l’edificio adeguandolo alle nuove esigenze di capienza e funzionalità di una moderna sala di spettacolo. L’Amministrazione Comunale non si mostra realmente interessata a nessuna di queste proposte, preoccupata piuttosto dell’assetto di piazza Fanti in relazione ai lavori di sistemazione urbanistica della zona intorno alla stazione e di via Giolitti. Con il consolidarsi di nuovi orientamenti di gusto l’edificio viene considerato una “bruttura”, una emergenza troppo ingombrante ed antiquata con cui è necessario fare i conti nel definire il nuovo assetto delle adiacenze della stazione. Si discute sulle possibilità di demolizione lasciando a verde l’area della piazza o sulla necessità di utilizzare l’edificio come stazione per le linee automobilistiche che collegano la città con i paesi del Lazio e dell’Abruzzo (1935), e ancora sulla eventualità di trasformazione del “brutto fabbricato, armonizzandolo con la nuova sistemazione ferroviaria” in una costruzione destinata a cinema teatro con ristorante e taverna (1940).

L’edificio in realtà continua ad essere magazzino “polifunzionale”, sede di uffici elettorali, dell’ufficio tesseramento, ospita materiale dell’Ente Assistenza Roma mentre continuano ad accumularsi i materiali scenici del Teatro dell’Opera. Resterà adibito a deposito fino alla fine del 1984 quando viene sgomberato per l’inizio dei lavori di risistemazione promossi dall’Amministrazione Comunale che hanno permesso il recupero quasi totale della fisionomia originale dell’Acquario.

 

i testi e le immagini sono tratte dal sito web del Comune di Roma

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